Il metodo Mimamoru

da | Ott 1, 2021 | IN PRIMO PIANO

Freud sosteneva che da zero a sei anni si formano in ogni bambino le mappe cognitive, e cioè il modo di conoscere il mondo, e le mappe emotive, il modo di sentire nel mondo (risonanza emotiva); per le neuroscienze la forbice è più stretta e tutto si decide nei primi tre anni, ma il concetto di fondo è che l’identità infantile non è un dono ma un riconoscimento sociale, dato dall’attenzione degli adulti che devono (dovrebbero) ispirare loro il principio di non contraddizione e il nesso di causalità (la cantilenante reiterazione dei «perché?» non è un esercizio di stile ma il rodare l’appena abbozzata dicotomia fra causa e effetto, e quindi l’assunzione di responsabilità delle proprie azioni).

Ma fino a che punto un bambino va seguito, e quanto invece è necessario lasciare che formi da sé le proprie mappe, cognitive ed emotive? Come la differenza fra gioco e scherzo (bambino il primo, adulto il secondo), e quella fra la paura dei Grandi, meccanismo di tutela fondato su una precisa morfologia del pericolo, e l’angoscia dei Piccoli, che essendo senza forma scatena il panico, entrambe suggeriscono un territorio di difficile definizione in cui il bambino dev’essere guidato, ma senza eccedere in premi o coercizioni.

IL METODO MIMAMORU

Pubblicato su Early Childhood Education Journal, lo studio di alcuni ricercatori dell’Università di Hiroshima, fra cui Fumitori Nakatsubo, specialista ECEC e professore associato presso la Graduate School of Humanities and Social Sciences, indaga il motivo per cui gli educatori della prima infanzia giapponesi tendono a non intervenire nei conflitti fra i minori: si tratta del «mimamoru», una strategia pedagogica il cui nome è la fusione fra «mi» (guardare) e «mamoru» (protezione) e prevede che gli adulti in genere, e in particolare gli educatori, restino a guardare durante gli scontri e i disaccordi dei bambini, senza intervenire, per spronarli a trovare soluzioni autonome e ad interagire attraverso il confronto e non la violenza.

I ricercatori, a chi ha criticato tale metodo tacciandolo di disinteresse o lassismo, hanno risposto: «sebbene l’approccio mimamoru sembri passivo, sfida piuttosto gli educatori a rimanere pazienti, osservando e aspettando che i bambini pensino e agiscano da soli. Un presupposto alla base di questa pratica è la fiducia degli adulti nella bontà intrinseca dei bambini, più specificamente, nella loro capacità di imparare attraverso le interazioni sociali quotidiane».

Sorta di versione cognitiva dello «scaffolding», ma più estrema perché nel mimamoru le impalcature non vengono gradualmente sottratte man mano che il bambino acquisisce autonomia, ma non esistono proprio, tale metodologia è funzionale al sistema giapponese in cui in famiglia ci si aspetta che il figlio si assuma sin dalla più tenera età le proprie responsabilità decisionali, mentre ha fatto molto discutere in Europa e nel mondo occidentale in genere.

LE TRE REGOLE DEL MIMAMORU

«Insegnare guardando» o «proteggere guardando», potrebbero essere le perifrasi alla base del rivoluzionario metodo nipponico che però, proprio secondo i ricercatori che ne hanno promosso lo studio, non può limitarsi a un semplice laissez faire ma deve sottostare a tre, fondamentali, regole:

  1. In caso di pericolo fisico o di lite portata alle sue estreme conseguenze, l’adulto (o educatore) deve comunque intervenire per tutelare l’incolumità dei più Piccoli;
  2. Durante il confronto fra i bambini, l’adulto (a meno di non ricadere nella casistica al punto 1) non deve mai intervenire, ma dare loro fiducia permettendo che si sviluppino dinamiche spontanee di problem solving o negoziazione;
  3. Una volta che il conflitto si sia risolto positivamente, giungendo a un compromesso o a una soluzione pacifica, l’educatore può allontanarsi permettendo ai giovani attori di esprimere in modo compiuto il processo dialettico appena conclusosi.

In una realtà sociale in cui la competizione si rovescia fatalmente in individualismo, e gli adolescenti tendono a isolarsi fino all’autolesionismo se non al suicidio (vedi il fenomeno degli Hikikomori), la metodologia del mimamoru corre il rischio di acuire, nel preteso sviluppo di un’autonomia decisionale, le pratiche di autoesclusione e bullismo, proprio perché fondata su un’ottica benthamiana di condizionamento passivo, senza una vera rete ludica o un obiettivo prefissato da perseguire collettivamente.

Molto più efficaci, per sviluppare empatia e superamento dei conflitti, sembrerebbero essere pratiche come lo psicodramma di Moreno, fondate sull’identificazione e la catarsi, ma qui siamo nel campo della psicologia del lavoro e delle organizzazioni, anche se sarebbe interessante traslarlo sul piano didattico-educativo (ovviamente per una fascia d’età superiore a quella interessata al metodo analizzato).

Germano Innocenti

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