Christiane F., c’era una volta il buco

da | Set 28, 2021 | MONDOVISIONE

Nonostante il film di Uli Edel, «Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino», presenti notevoli «tagli» (mai termine fu più appropriato) rispetto al libro da cui è tratto, ancora oggi,  a distanza di quattro decadi dalla sua uscita (1981), continua a colpire per lo stile crudo, ai limiti del documentaristico; manca l’infanzia tormentata della protagonista in provincia, il difficile rapporto con un padre violento e alcolista, ma soprattutto mancano le sue riflessioni sui giovani e la società, sulla famiglia e sulla droga, che avrebbero potuto veicolare una voce fuori campo, ma questo avrebbe tolto immediatezza, diluendo la tragicità nella discorsività.

TRAMA

La giovane Christiane (13 anni), da poco a Berlino con la madre separata che ha trovato un nuovo compagno, inizia a frequentare con l’amica Kessi il «Sound», che si autodefinisce «la discoteca più moderna d’Europa»: lì conoscerà Babette e Stella ma soprattutto Detlef, il ragazzo di cui si innamorerà, che la inizieranno prima agli acidi quindi al viaggio senza ritorno dell’eroina.

Con una sorella che sceglierà di andare a vivere col padre, e una madre indifferente al suo travaglio interiore, la bellissima Christiane passerà dall’inalare ero a spararsela direttamente in vena, nonostante tutti i suoi amici, ma anche gli occasionali comprimari di equivoche toilette, appartamenti non ammobiliati e cadenti automobili, cerchino debolmente di dissuaderla («non lo vedi che siamo tutti fatti», sussurra un amico di Detlef, «prendine un po’ anche tu, così vedrai come ti calmi»).

La veloce spirale nei piccoli furti e nella prostituzione, condurrà la protagonista a una doppia vita finché, dopo la morte dell’amata e dolcissima Babsy («la più giovane vittima della droga in Germania», titola a lettere cubitali un tabloid tedesco), la spingerà a tentare il suicidio iniettandosi un eccessivo quantitativo di eroina. Nel libro sarà una coppia gay a salvarla, mentre nel film ci penseranno la madre e Klaus, il suo nuovo compagno: a quel punto Christiane e Detlef tenteranno di disintossicarsi, redendosi protagonisti di una delle scene più crude del cinema Eighties ma, proprio quando crederanno di avercela fatta, il buco li richiamerà a sé col fascino assoluto e impenetrabile della morte.

Il finale, retorico e arbitrario, dona un’ingannevole speranza, visti gli sviluppi reali della vita di Christiane e la diffusione metastatica dell’eroina prima e della cocaina poi, nel decennio ottantiano.

CHRISTIANE

Christiane F., al secolo Christiane Vera Felscherinow, è nata ad Amburgo nel 1962 e quando si trasferisce a Berlino ha appena dodici anni; nel 1978 i giornalisti Kai Herman e Horst Rieck la intervisteranno per due mesi come testimone e imputata in un processo in cui fu condannata per detenzione e ricettazione di droga (poi la condanna fu sospesa con la condizionale, visto che all’epoca la ragazza era minorenne), e il loro reportage uscì prima come allegato della rivista «Stern» quindi, visto l’enorme interesse suscitato nell’opinione pubblica, divenne un libro («Wir kinder Von Bahnhof zoo»).

Due anni dopo ne fu tratto un film con la folgorante colonna sonora di David Bowie, e Christiane divenne famosa in tutto il mondo, recitò in due pellicole cult e s’improvvisò musicista (solista ma anche in coppia con Alexander Hacke, suo compagno di allora e membro degli Einstürzende Neubauten, con cui fondò i «Sentimental Jugend»), conobbe l’amato Bowie ma anche personaggi del calibro di Fellini o Durrenmatt. Nel libro di recente uscita («La mia seconda vita»), l’ex eroina (nell’etimo), racconta come non sia mai riuscita a staccarsi completamente dalle droghe, che anche grazie al successo economico del combo libro/film, poteva procurarsi con maggiore facilità; malata d’epatite e vittima del proteiforme mostro delle sostanze chimiche, non ha mai nascosto quanto, al di là del tenerissimo rapporto col figlio, che può vedere solo settimanalmente, la droga sia stata la sola esperienza che l’abbia mai toccata profondamente nella vita.

METADONE E METACINEMA

Tranne la recente possibilità di tornare a fruire dei film direttamente in sala (e vedremo quanto lo streaming ne abbia limitato l’offerta), ogni pellicola condivisa in Rete è un doppio che esiste come prodotto artistico e come matrice di commenti, più o meno pertinenti, da parte di chi non solo lo guarda ma lo sceglie; rivedendo «Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino» (unico caso in cui un errore, o un scelta (?), di traduzione, visto che Bahnhof zoo non è uno zoo ma una semplice stazione della metro, rende benissimo l’idea del serraglio adolescente), mi sono perso nei commenti sottostanti di You Tube, tesoro ipogeo di esperienze tossiche, disavventure da Sert e toccanti confessioni in grado di causare inedite empatie (nell’era degli haters), ma anche feroci invettive animate da slanci moralistici.

Questa è l’epoca dei simulacri (Baudrillard), ma anche dei supplenti: la televisione suppliva alle mancanze di scuola e famiglia, spesso male talvolta in maniera illuminante, i partiti politici supplivano a una formazione culturale lacunosa «preparando» i futuri leader di domani ed oggi, nella disgregazione politico-religiosa, con una didattica in crisi identitaria e a singhiozzi come una diretta di Dazn, i social diventano una moderna Agorà, sgangherata e poco mediata, ma forse in grado di fotografare piani di realtà altrove colpevolmente filtrati, o trattati come problemi da risolvere e non esperienze da rappresentare.

FORTHY YEARS «AGO»

Al di là dell’aspetto politico dell’introduzione delle droghe « di Stato» nel mondo occidentale, a partire dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Ottanta (vedi l’operazione «Blue Moon» in Italia), che non staremo qui ad analizzare, ciò che colpisce nel film di Edel, è il cambiamento sociale nell’assunzione di stupefacenti tra gli eroi postmoderni (e sottoproletari) di Christiane e gli attuali «consumatori»: da una visione tribale e adolescenziale della droga (la protagonista tenterà l’overdose bucandosi sul tatuaggio artigianale copiato da Detlef), a suo modo aggregativa e tragica perché criminale o criminale perché tragica, si è passati a una sorta di normalizzazione della tossicomania, anzi dalla tossicomania come delirio mistico si è passati alla tossicodipendenza come semplice soddisfazione di un bisogno.

Oltre a un discorso filosofico, che vede il dolore diluito nell’oppiaceo di un edonismo piatto e continuamente riformato, e la morte rimossa perché concepita come frattura e non come continuum, esiste poi una dimensione commerciale che ha portato le mafie di dovunque ad abbassare significativamente i prezzi delle dosi (3-5 euro per una di ero a Milano), eliminando di fatto la criminalità associata al consumo, e trasferendolo dalle strade agli appartamenti.

Questo fenomeno, che apparentemente può sembrare positivo, ha tolto qualsiasi significato all’esperienza della disintossicazione, rendendo l’assunzione un fatto transgenerazionale e non più adolescenziale.

Come la realtà impara ormai dalla pornografia (un tempo era il contrario), ora il marketing, nella creazione di un bisogno educato ma costante, impara dalle nuove droghe, nella rimozione del tragico come contatto col sacro.

Non ci si buca più: l’ago è un rispettato archetipo nelle comunità dei nuovi tossici, ma il corpo è sublimato e le nuove sostanze lusingano solo la dimensione mentale, metamorfosi che va di pari passo col trionfo del digitale sul reale e dell’artificiale sul metafisico.

Non si sta costruendo un’apologia dell’eroina né fondando una «nostalgia del buco» ovviamente, ma solo analizzando come questo mutamento abbia eliminato l’esperienza del rischio e della prossimità alla morte, rendendo borghese un rito che aveva nella sua estremizzazione ontologica, qualcosa di assoluto.

«L’adolescenza è l’unica stagione della vita in cui si combatte la morte ad armi pari» (autocit.)

Germano Innocenti

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