Picnic a Hanging Rock: la vita non è che un sogno, il sogno di un sogno

da | Set 14, 2021 | MONDOVISIONE

Ispirato (o forse dovremmo dire ricalcato, visto che ne segue la trama pedissequamente) all’omonimo libro di Joan Lindsay del 1967, «Picnic a Hanging Rock» è un film del 1975, diretto da un quasi esordiente Peter Weir, con l’ottima fotografia di Russel Boyd, protegé del regista australiano col quale vincerà l’Oscar nel 2004 grazie  a «Master and Commander»; uscita in Italia col sottotitolo «il lungo pomeriggio della morte», la pellicola è un thriller onirico dal finale sospeso che spianò la strada a Weir per successi come «L’Attimo Fuggente» o «The Truman Show», e che colpisce ancora oggi per l’equivoco «basato su una storia vera», visto che la vicenda fu completamente inventata dalla Lindsay, abile però a ricostruire una fitta rete documentale che desse l’impressione della cronaca.

Solo alla morte della scrittrice, nel 1987, fu possibile conoscere il diciottesimo capitolo che chiuse la trama sottraendola a quel finale aperto che incantò il mondo.

Ma la chiuse veramente?

TRAMA

Il giorno di San Valentino del 1900, dal collegio australiano di Appleyard (a 50 chilometri dal Melbourne), una scolaresca femminile, scortata dalla professoressa di francese e da quella di matematica, si reca per l’annuale gita al picco vulcanico di Hanging Rock, una formazione rocciosa vecchia un milione di anni: mentre il pomeriggio declina pigramente, quattro di loro (Miranda, Irma, Edith e Marion) ottengono il permesso di avvinarsi alle rocce per misurarle, e durante l’ascesa si imbattono nel nobile inglese Michael e nel suo domestico Albert.

Non scenderanno mai più.

Solo Edith, corpulenta e piagnucolosa, farà ritorno dichiarando di non ricordare niente dell’accaduto e, mentre Michael e Albert torneranno sul luogo della sparizione riuscendo a ritrovare Irma, le ricerche della polizia, aiutate da autoctoni e aborigeni, non daranno alcun risultato, precipitando nello sconforto la preside del collegio che non vedrà rinnovarsi le iscrizioni per gli anni seguenti.

Quest’ultima si accanirà sull’orfana Sara, colpevole di non versare la sua quota da svariate mensilità, e scivolando lentamente nell’alcol, la indurrà alla disperazione minacciando di cacciarla.

Nel finale alternativo, l’azzimata preside tornerà da sola e vestita a lutto ad Hanging Rock e, preda della stessa malia che colse le quattro ragazze, morirà misteriosamente confermando l’ambiguità del luogo.

REALISMO MAGICO

Il gelido conformismo del college si scontra con la natura selvaggia dell’Australia, ben rappresentata dalla premiata ditta Weir/Boyd attraverso primi piani di animali esotici e campi lunghi della foresta in rigoglio, ma anche con le claustrofobiche riprese delle caverne del picco roccioso (che simboleggiano altrettanti buchi nell’inconscio); la bellezza delle ragazze che, salendo verso la vetta, perdono scarpe e corsetto, liberandosi dell’algido albume vittoriano, chiuse in un vestale silenzio sottolineato solo dal leggendario flauto di pan di Zamfir o dalla paradisiaca «The Ascension» di Bruce Smeaton, è la stessa contemplata dal giovane Michael nei cigni dello stagno, ma c’è qualcosa di ineluttabile e fatale in tale bellezza, di perduto e inspiegabile, pericoloso e ancestrale.

Il potere che scaturisce dalle giovani donne, che si offrono al mistero di una natura arcana, ha qualcosa di mistico perché si fonda sul non detto; inutile il tentativo degli adulti di ridurre l’ascensione a un rapimento o a uno stupro, così com’è inutile, meta-cinematograficamente parlando, cercare un finale che, persino nell’immaginario della Lindsay, termina con una metamorfosi delle ancelle in strambi animali, sui quali si serrano per sempre le rocce vulcaniche.

Il confine fra realtà e finzione, alla base del successo dell’opera, è lo stesso fra mondo tangibile e sogno e, come nei migliori incantesimi, il racconto diventa parte della verità sino a sostituirla.

POESIA E RAPPRESENTAZIONE

Il film si apre coi tarocchi e sfuma nei solari riti di abluzione/vestizione del gineceo collegiale, ma le ragazze che, come tutte le nobildonne europee di fine Ottocento parlano francese, citano Verlaine e Shakespeare, conservano rose e scrivono poesie, si struggono per i loro amanti immaginari, e coltivano un platonico lesbismo: è il trompe l’oeil della vita che le aspetta, in Oceania o nel Vecchio Continente, e l’istituto che le ospita, con le lezioni di musica e cucito, ne custodisce e intrappola la libido: saranno il sogno, e il sonno come rito di passaggio, cari entrambi alla cultura aborigena, a dischiudere le porte di un flusso circolare di coscienza, lontano dal pragmatismo di matrice anglosassone.

Nel loro svanire, Miranda e Marion, non moriranno mai, ma cristallizzeranno nell’energia onirica senza tempo, al di fuori della Storia e della Ragione.

Sicuramente il capolavoro di Weir è una critica sociale al colonialismo (e al classismo) inglese, al ruolo subordinato della donna (che nell’adesione panica alla natura, rinuncia alla sua funzione di musa, in funzione di quella di cacciatrice/sacerdotessa), ma «Picnic a Hanging Rock» è anche un monito all’incomprensibilità della vita e all’importanza del mistero. «Tu lo sai che le piante si muovono?» dice il giardiniere al giovane Albert accarezzando una felce che incredibilmente risponde torcendosi come ali di farfalla.

I bellissimi esterni che ricordano la colazione sull’erba di Manet (anch’essa la cronaca mondana di un picnic) e in alcuni passaggi l’abilità pittorica di un Corot, stridono nell’attimo in cui si raggiungono le gole iniziatiche di Hanging Rock: la rappresentazione si scontra col mistero, pagano e inaccessibile, delle rocce simili a volti dalla fisionomia aggrottata, custodi di un’escatologia senza tempo.

LO SPAZIO VUOTO

Nell’era delle competenze e del saper fare (skills e know-how per gli esterofili), della digitalizzazione a tappe forzate e della meccanica finto-rassicurante dell’algoritmo, in un’epoca in cui persino la Chiesa rinuncia ai misteri, ricercando nella mimesi col pensiero laico, un proselitismo di massa che ha ottenuto nei secoli proprio grazie ai suoi dogmatismi e all’assenza di risposte, il film di Weir ci ricorda l’essenzialità del vuoto (e dello spazio vuoto), lezione che gli orientali non hanno mai dimenticato.

Confinato sulla vetta del Desolation Peak, Jack Kerouac interrogava il Vuoto senza ottenere risposte, e quella era l’unica risposta di cui aveva bisogno.

L’espansione coloniale (ed oggi, l’irrefrenabile crescita del Capitalismo) si scontrano coi territori del Sacro (non ho detto Santo), là dove il mistero del sogno ci mette in contatto con regioni del nostro corpo che non possono essere acquistate né vendute, geolocalizzate o tracciate.

Là dove Miranda e Marion hanno trovato segni e non segnali.

Germano Innocenti

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