Carta del Docente: una storia italiana

da | Ago 16, 2021 | IN CATTEDRA

Già nel lontano 2015, i sindacati (FLC, CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS-Confsal e GILDA-Unams) avevano impugnato presso il Tar Lazio il provvedimento che esclude i docenti precari e gli educatori, della fruizione della Carta del Docente, e cioè 500 euro nominali per ciascun anno scolastico, per sostenere attività di formazione e aggiornamento culturale-professionale: un ulteriore attacco alla «Buona Scuola» insieme al ricorso presentato contro l’esclusione dal piano straordinario di assunzione di numerosi operatori precari della scuola (docenti e ATA), che pure ne avevano diritto.

La ratio del ricorso, che riguardava il personale in pieno servizio ma con contratti a tempo determinato e gli educatori equiparati (legalmente e per l’ordinario impegno didattico) ai docenti, era sia di natura contrattuale (non esistono norme che facciano distinzione fra personale a tempo determinato e a tempo indeterminato) che costituzionale e comunitaria.

In particolare, sotto quest’ultimo punto di vista, c’è una direttiva dell’UE che recita così: «i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato […]».

ANIEF

Dopo che nel 2016 il Tar Lazio ha bocciato la precedente iniziativa sindacale, tutto sembrava bloccato ma nel maggio 2021, il sindacato ANIEF ha messo a disposizione sul proprio portale la diffida per interrompere la prescrizione quinquennale e richiedere (da parte dei lavoratori a tempo determinato) la Carta di 500 euro per ogni anno di docenza, ritenendo altamente discriminatoria la norma della legge 107/2015 che eroga tale servizio solo al personale di ruolo, visto che durante la pandemia gli operatori precari sono stati chiamati a un ulteriore e vessante tour de force.

ANIEF, insieme a un contratto per regolare la Dad, aveva siglato infatti un accordo col Ministero anche su questa vicenda ma, visti i mesi di assordante silenzio governativo, ha deciso di riaprire le adesioni al ricorso al giudice di lavoro, poiché, come afferma Marcello Pacifico: «è necessario riconoscere immediatamente il diritto alla Carta del Docente anche ai precari […] perché hanno le stesse esigenze di aggiornamento professionale e di acquisto di materiale per la didattica, specie per quella a distanza».

A tal proposito, sempre Pacifico ribadiva la volontà di ANIEF di andare fino in fondo valutando anche una denuncia allo Stato italiano per violazione della Direttiva 1999/70/CE e discriminazione dei lavoratori a tempo determinato.

ULTIMO ATTO (FORSE)

È relativo a luglio, e fa riferimento alla città di Biella, l’ultimo atto della vicenda «Carta del Docente», visto che la piemontese Valentina Stizia, dopo aver ottenuto tramite ANIEF Biella e il legale Giovanni Rinaldi 14 000 euro (tra arretrati per scatti di anzianità non riconosciuti e il risarcimento), ha deciso di rappresentare, insieme ai suoi legali, i precari d’Italia presso la Corte di Giustizia Europea.

Il precedente su cui si basa tale «causa pilota» è una sentenza del 2019 della Corte di Lussemburgo che stabilisce il pagamento delle indennità sessennali «per formazione continua» anche ai dipendenti spagnoli temporanei e non solo ai docenti di ruolo.

Il procedimento, avviato per la Stizia dall’avvocato Rinaldi, in collaborazione coi colleghi Zampieri, Miceli e Ganci, e coi legali ANIEF, potrebbe durare indicativamente otto mesi e se a buon fine, disapplicare l’articolo 1 comma 121 della legge 107/2015, stabilendo il pagamento di circa 800 milioni di euro da parte dello Stato italiano a tutti quegli insegnanti precari che, in virtù della disapplicazione dell’articolo, potranno rivolgersi al giudice del lavoro.

Quest’iniziativa, che bypassa l’ordinamento giuridico italiano in un momento per lui molto delicato (vedi la riforma Cartabia), oblitera il corale grido di sdegno del precariato tricolore, stanco di rassicurazioni retoriche e di un sistema che, ipso facto, tende all’immobilismo nutrendosi di logiche emergenziali, quali condoni e sanatorie, perché incapace di un piano programmatico serio e a lungo termine.

Germano Innocenti

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