Scaffolding, prompting, fading: le impalcature didattiche

da | Ago 10, 2021 | IN PRIMO PIANO

Citato per la prima volta in un articolo del 1976, scritto da J. Bruner, D. Wood e G. Ross e apparso sul Journal Of Child Psychology and Psychiatry, il termine «scaffold» deriva dall’inglese e letteralmente indica l’impalcatura o il ponteggio (di legno o acciaio) usato in edilizia per costruire o ristrutturare; in chiave psicologica, nell’articolo si descriveva l’interazione fra un bambino e un adulto nel costruire una piramide tridimensionale in blocchi di legno, e quindi l’operazione di sostegno tra un esperto (adulto o coetaneo) e un novizio durante il processo di apprendimento.

VYGOTKIJ – Sarebbe impossibile comprendere appieno lo «scaffolding» senza introdurre, sempre sul piano psicologico, il concetto di «zona di sviluppo prossimale», teorizzata dallo psicologo Lev Semënovic Vygotskij che suddivideva in due aree lo sviluppo personale di un soggetto:

  1. «area effettiva di sviluppo», che circoscrive le competenze effettivamente acquisite dall’individuo in un dato momento della fase di sviluppo cognitivo;
  2. «area potenziale di sviluppo», che indica invece la serie di competenze potenzialmente acquisibili in un futuro prossimo attraverso l’aiuto specializzato di un tutor.

La «zona di sviluppo prossimale», meta d’elezione dell’attività didattica, si pone tra queste due aree (di base è la distanza effettiva fra le stesse) ed è la zona in cui agisce lo scaffolding di Bruner and co, che ne è complementare.

LE 6 OPERAZIONI DELLO SCAFFOLDIN – Bruner ha suddiviso in sei fondamentali operazioni l’intervento di tutoraggio dello scaffolding:

  1. Adesione: il tutor cerca di pungolare l’interesse del discente;
  2. Riduzione dei gradi di libertà: nell’evolversi del processo, il tutor cerca di semplificare in modo che il soggetto comprenda se ha operato la scelta giusta o, eventualmente, supplisca alle proprie lacune;
  3. Mantenimento dell’orientamento: il tutor focalizza l’obiettivo affinché non ci siano deviazioni dal fine condiviso;
  4. Segnalazione delle caratteristiche dominanti: in questa fase si delineano le caratteristiche portanti del compito, in maniera che il discente possa effettuare un controllo di conformità fra il proprio operato e il modello di adesione;
  5. Controllo della frustrazione: impedire che il soggetto cada vittima di frustrazioni o depressione, grazie al tutoraggio, ma senza instaurare un rapporto di dipendenza;
  6. Dimostrazione: effettuare una dimostrazione della soluzione al compito da cui il discente possa trarre ispirazione, non per imitazione ma per trovare un proprio modus operandi.

Le sei fasi appena elencate servono per ridurre la zona di sviluppo prossimale e cioè, come visto, la distanza fra l’area effettiva di sviluppo e quella potenziale, permettendo a quello che Vygotskij definiva «il livello di rendimento potenziale» di raggiungere un ottimo grado di soddisfazione, attraverso l’attività di «problem solving collaborativo», che è il perno dello scaffolding come pratica didattica.

PROMPTING E FADING – Il «Prompting» si basa sulla concessione al discente di prompt (aiuti), sintetici ed evidenti, che fluidifichino il verificarsi del comportamento desiderato; essi possono essere verbali, gestuali o fisici, e devono agire fino all’acquisizione delle competenze auspicate o all’attenuazione dei comportamenti negativi. Complementare al Prompting è il «Fading», e cioè la progressiva riduzione degli aiuti precedentemente concessi: per semplificare, se il nostro prompt era guidare le dita del discente sui tasti di un pc, il fading (in questo caso fisico) consisterà nel ridurre il contatto dal dito al polso, quindi al braccio e via dicendo.

SVILUPPO EMOTVO – Attraverso il sapiente uso dello scaffolding, integrato al binomio prompting/fading, non si agisce solo sui processi cognitivi e metacognitivi ma anche sullo sviluppo emotivo del discente che acquisisce autostima, consapevolezza delle proprie capacità, potenzialità collaborative e coscienza operativa; la griglia a sei fasi dello scaffolding non va intesa rigidamente né diacronicamente e, come una narrazione fluida che si evolva in modo plastico, deve seguire il soggetto assecondandone conquiste e smarrimenti.

Il primo scaffolding è pedagogico e avviene in famiglia: suggerendo una metafora intuitiva è come il togliere le rotelle alla bici di un bambino sostenendolo finché non trovi un equilibrio autonomo; l’errore più grave è mantenere in essere strutture di sostegno ormai obsolete, come lasciare gli spigoli imbottiti in una casa dove un minore abbia smesso da tempo di gattonare, inibendone autostima e potenziale di sviluppo.

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