God save the «Queer»

da | Lug 15, 2021 | IN PRIMO PIANO

Mentre il Ddl Zan divide forze politiche e opinione pubblica, ed è evidente quanto la questione non si limiti solo alla portata giuridica della locuzione «identità di genere», ai primi di luglio 16 partiti sovranisti (fra cui la Lega e Fratelli d’Italia) hanno sottoscritto una Carta dei Valori antieuropeista che tende a difendere le tradizioni giudaico-cristiane del Vecchio Continente (il cui perno è la famiglia naturale) dall’immigrazione di massa e dalla facile tolleranza all’aborto e alle unioni civili: «L’Ue sta diventando sempre più uno strumento di forze radicali che vorrebbero realizzare una trasformazione culturale e religiosa», recita la Carta.
Da un lato quindi le forze progressiste di sinistra che, vedi il Ddl Zan, condannano ogni forma di razzismo e
discriminazione di genere, dall’altro i conservatori di destra che, pur deprecando ogni forma di violenza,
contestano l’educazione gender considerandola, in particolar modo dal punto di vista didattico, come
un’eccessiva, e immorale, autodeterminazione che promuoverebbe ogni tipo di sessualità al di fuori della
normalità, distruggendo la famiglia tradizionale e infliggendo il definitivo colpo di grazia a una già traballante
demografia.

«QUEER» PRO QUO – Già da qualche tempo, per indicare gli appartenenti alla comunità LGBT+, si usa il termine queer. Ma cosa significa queer? Divenuto ormai sinonimo di coloro che non sono eterosessuali (o cis-gender, cioè allineati fra sesso biologico e sentimento di genere) «queer» in realtà significa eccentrico, obbliquo, decentrato (in tedesco «queer», e cioè di traverso), quindi distante da una generica normalità o dai dettami della cultura egemone.
Preferita, in quanto significante aperto, alla cornice univoca dell’acronimo LGBT+ (che nel corso del tempo
acquisisce nuove lettere arricchendosi di categorie come Asexual, Pansexual o Questioning, che lo fanno
somigliare a un ministero fascista) la cultura queer educa alle differenze non creando un unico, per quanto
variopinto, calderone ma una sommatoria di individualità perfettamente distinte, in marcia verso quello che
Nenni definiva «un equilibrio più avanzato».
Così un termine che storicamente ha assunto una valenza negativa diviene (per i suoi sostenitori) una formula
aggregante che non ha nulla di ideologico e che, al pari del segno «+» al termine dell’acronimo LGBT, favorisce
l’inclusione trasformando il futuro in un gerundio e accogliendo nuove possibili «obliquità» che possono
integrarsi alla già vertiginosa cifra di 58 opzioni di genere.

CAMBIARE BINARIO – La moltiplicazione dei generi, che la cultura gender fluid promuove, racconta di un futuro non binario e sempre più vicino dove la prima ibridazione è semantica visto che, per favorire l’inclusione, dall’uso del pronome generico «they» si è passati all’asterisco e poi alla «x», quindi all’utilizzo della vocale «u» (poi scartato perché in alcune lingue denota comunque il genere maschile), ma è evidente quanto l’Italia, e l’italiano, siano in ritardo rispetto ad altri paesi: nei documenti anagrafici tedeschi alla voce genere ci sono tre opzioni: maschio; femmina; altro.
La fluidità di genere attraversa la letteratura (dalla Grecia classica a «Orlando» di Virginia Woolf), la Storia
(secondo lo scrittore Mishra, Gandhi fu ucciso da Godse perché le sue eccessive concessioni ai mussulmani
avevano «femminilizzato» la nazione indiana), la cronaca, spesso nera purtroppo (l’uccisione a Caivano della
ragazza fidanzata con un transgender), il cinema (le sorelle Wachowski, un tempo fratelli Wachowski, hanno di
recente confermato quanto il loro «Matrix» includa, fra le altre metafore, la transizione di genere), la fotografia
(gli scatti nero pece dell’artista sudafricana Muholi) e la moda (dalle performances di Silvia Calderoni per Gucci
alle recenti sfilate inclusive, anche se si potrebbe ripercorrere l’intera storia della moda attraverso la chiave di
lettura dell’ambiguità sessuale).
Il mutamento (o meglio la mutazione) è già in atto da tempo ma la sua fluidità è amplificata oggi dai social
network e dalla pervasività dell’immagine; non si tratta più di concepire un futuro, e un presente, diversi ma di
compiere un revisionismo storico di matrice sessuale che abbatta archetipi forse non più così monolitici.
Il linguaggio non può uscire menomato da questo corpo a corpo, talvolta lessicale più spesso fonetico, ma
amplificato visto che le soluzioni linguistiche si moltiplicano rincorrendo la realtà come la politica rincorre la società civile (e in quest’ultimo caso non è più tempo di chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti ma
ripensare il concetto di stalla).

NUOVI SCENARI – Se l’obiezione demografica dei detrattori del Ddl Zan, e del gender fluid in generale, è fondata, così come è fondata la domanda della Meloni se sia o meno lecito insegnare negli asili la fluidità di genere (e qui la vera battaglia va combattuta in termini pedagogici e di psicologia dell’età evolutiva, e non strumentalizzata politicamente) sono meno leciti l’odio promosso dalle comunità alt-right o da quella che è stata ribattezzata «manosphere» (maschiosfera), e cioè gli Incel (i celibi involontari), «The Red Pill» o la «MGTOW», ovvero Men going their own way che, affermando di combattere la dittatura del femminismo (o ginocentrismo), in realtà inneggiano alla misoginia.
In quella che potremmo definire «guerra degli acronimi», s’inserisce anche il PFLAG (Genitori, famiglie e amici
di lesbiche e gay) o il movimento «Noi siamo Ally», e cioè eterosessuali adolescenti che simpatizzano per il
mondo omotransgender: un esempio di quanto il linguaggio sia a volte inattuale per descrivere proprio l’attualità è stato la vacuità e la conseguente rissa interpretativa sul termine «congiunti» durante la pandemia.
L’argomento è più che complesso, soprattutto se alle angolazioni già citate, si aggiunge il punto di vista religioso, e cattolico in particolare (basti pensare alla nota diplomatica inviata dalla Santa Sede all’ambasciata italiana presso il Vaticano in cui si criticavano due articoli del Ddl Zan in base agli Accordi Lateranensi del 1984).
Una cosa è certa: la (o meglio le) soluzioni non possono essere né repressive né cadere dall’alto.
In Polonia, negli ultimi anni, il 70% dei membri appartenenti alla comunità LGBT+ ha subito violenze; risale al
2013 una legge russa che vieta la propaganda gay fra i minori (con la ricaduta censorea che ne è conseguita);
nell’Ungheria di Orban, uno dei paesi firmatari della Carta dei Valori sovranisti di cui sopra, una legge che
equipara l’omosessualità alla pedofilia vieta il dibattito sui temi LGBT+ in luoghi pubblici dove siano presenti dei minori e impedisce agli omosessuali di sposarsi e di adottare dei bambini.
E le cose non vanno di certo meglio nei paesi arabi, Iran in testa, dove la discriminazione si bagna del crisma del Confessionalismo.
Il terreno di scontro, il minimo comune denominatore della guerra degli acronimi, è la scuola e questo rilancia
ancora di più il vento riformista promosso dal nostro Ministro Bianchi, partendo dal presupposto che non
esistono priorità umanitarie e che i diritti si sommano e non si contrappongono.


Germano Innocenti

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