Dall’Iv alla tesi pontificia: storia della legge arcobaleno che non riusciva a sorgere

da | Lug 7, 2021 | IN PRIMO PIANO

Dopo l’approvazione alla Camera, il Ddl Zan si è arenato in commissione al Senato e ora il dibattito politico si infiamma per il dietrofront dei renziani di Italia Viva che, dopo l’iniziale approvazione, ora sembrano mostrare reticenza su alcuni passaggi: in particolare Lucia Annibali confessa le proprie perplessità sull’articolo 2, nonostante sia stata lei la firmataria dell’emendamento che lo introdusse e abbia partecipato entusiasticamente ai tavoli di discussione preparativi al disegno.
Accanto alle dichiarazioni della Annibali colpisce il cambio di rotta di Scalfarotto che, firmatario di una delle prime leggi contro l’omostransfobia e acceso sostenitore del Ddl sin dal principio, è passato dall’affermazione di un mese fa: «al dunque i voti di Italia viva ci saranno» a dire: «il Ddl Zan è un’ottima legge ma senza modifiche non passerà».
Stupito il relatore Zan che commenta così: «Ivan Scalfarotto è stato un alleato fedele e coerente in questa battaglia. Come Boschi, Marattin, Migliore, Noja. Per questo sono stupito di quel che sta succedendo.

OBIEZIONI «DI GENERE» – Il Pd si scaglia contro Renzi, pur essendo ormai abituato ai suoi voltafaccia, mentre quest’ultimo si limita a giustificare la propria linea dietro il motivo che, così com’è scritto, il disegno non passerà mai in Senato e che a farne le spese sarebbe proprio la comunità LGBT+. Voci di corridoio vedrebbero invece nei nuovi emendamenti di Iv un tentativo di ammiccare alla Destra, e in particolare alla Lega, anche se quest’ultima ha già dichiarato di apprezzare le modifiche renziane, comunque distanti dalle proprie.

Il «casus belli» è la locuzione «sull’identità di genere» che Iv vorrebbe sostituire con il generico «fondati sull’omofobia o sulla transfobia», e non si tratta di semplice semantica perché la rettifica (Renzifica) potrebbe arrestare il disegno di legge in quanto troppo vaga per la determinazione del precetto penale.

Il dissidio si estende anche all’articolo 4 (clausola salva-idee) e all’articolo 7 (quello che istituisce la Giornata Nazionale contro l’Omofobia, Lesbofobia, la Transfobia) che la Ministra per le Pari Opportunità Bonetti (Iv), attualmente arruolata nel coro dei perplessi, inizialmente definiva [fondamentale] «per promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione, del contrasto ai pregiudizi, alle discriminazioni e alle violenze motivate sull’orientamento sessuale e sull’orientamento di genere […] queste iniziative [di prevenzione, Ndr] si svolgeranno nelle Pubbliche Amministrazioni, all’interno delle quali ci sono le scuole, ma ovviamente nel rispetto dell’autonomia scolastica, e la giornata non sarà festiva.

DAL VOTO AL VETO – La nota verbale della Segreteria di Stato del Vaticano diretta all’ambasciata italiana presso la Santa Sede e datata 17 giugno è un atto diplomaticamente corretto, per quanto inedito, visto che concerne non una legge ma un semplice disegno di legge: sono due gli articoli del Ddl Zan che la Sede Pontificia contesta:

ARTICOLO 2: La criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati, tra gli altri, sull’identità di genere, violerebbe secondo il Vaticano la libertà di espressione e associazione garantita ai propri ministri di fede e ai fedeli dal Concordato Lateranense del 1984: in altri termini, semplificando, si teme di essere perseguiti, anche penalmente qualora la legge passasse, per un’omelia contraria culturalmente all’omosessualità. Il confine, invalicabile proprio da un punto di vista evangelico, è quello tra la libertà di espressione (per quanto dogmatica) e l’istigazione alla violenza;

ARTICOLO 7: In quanto estesa alle scuole private (quindi anche cattoliche) l’istituzione della Giornata Nazionale contro l’omotransfobia obbligherebbe gli istituti cattolici a diffondere dei concetti contrari alla propria ideologia: anche questa accusa viene a cadere perché nel Ddl Zan si specifica apertamente che non va mai esautorato il principio d’autonomia scolastica.

CONSIDERAZIONI – Mentre Draghi difende la laicità del Parlamento e, in merito alla presunta lesione della libertà di pensiero rivendicata dalla Santa Sede, i preventivi controlli di costituzionalità cui ogni disegno di legge è sottoposto, Giorgia Meloni dichiara provocatoriamente di voler presentare un atto in Parlamento per chiudere i rapporti commerciali fra l’Italia e i paesi in cui l’omosessualità è ancora considerata un reato (come il Quatar o l’Arabia Saudita), come a dire che siamo pronti a giudicare i paesi che non condividono il nostro pluralismo ma non fino al punto di bloccare le esportazioni (e non si parla solo di democrazia).

La riflessione più amara è sull’accusa che Iv ha mosso al Ddl definendolo una bandiera ideologica e una legge con fini pedagogico-propagandistici, come se un atto giuridico, per quanto conformato a una determinata prassi e ortodossia di scrittura, non possa o debba veicolare anche dei contenuti culturali.


Germano Innocenti

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