Nuovo Glossario Digitale: le Echo Chambers

da | Giu 17, 2021 | IN PRIMO PIANO

La rivoluzione digitale in atto, i cui effetti sono al vaglio dei principali studiosi di tecnologia e massmediologia, sta
interessando di recente anche filosofi, politologi e sociologi e, in ultima istanza, anche filologi e semiologi, in
quanto a cambiare, oltre alle nostre abitudini e alle nostre scelte, è anche il linguaggio, sempre più teso a una
sorta di omologazione virtuale che livella i particolarismi in funzione del conformismo.

ECO CHAMBERS – Uno dei fenomeni più preoccupanti, inserito nel contesto delle formulazioni binarie e della semplificazione, e cioè quando la realtà si riduce al dualismo fittizio fra vincitori e vinti e la sua complessità a due soli scenari, è
quella delle «echo chambers».
Le echo chambers sono degli ambienti virtuali nel contesto delle piattaforme on line in cui le informazioni, le
credenze o più in generale le idee di un utente tendono ad essere confermate e/o condivise in modo a-critico da
altri utenti con le stesse convinzioni; termine ibrido che inerisce sia alla sociologia che all’economia
comportamentale, le echo chambers sfruttano il concetto di eco in fisica, in quanto sono di fatto delle casse di
risonanza di un pensiero unico che non si preoccupa del controllo delle fonti e che finisce per operare,
volontariamente o involontariamente, una stretta censura (o autocensura), favorendo le fake news e una visione
distorta della realtà.

FILTER BUBBLE E ALGORITMI – Il fenomeno delle echo chambers è spesso «correlato» (il termine non è casuale) alla «filter bubble», o bolla di filtraggio, che fa riferimento al processo tramite il quale gli algoritmi selezionano, e propongono, contenuti simili a quelli con cui di solito gli utenti interagiscono finendo per rinchiuderli in una sorta di bolla confermativa: sul
piano comportamentale l’immediata conseguenza delle filter bubbles e delle echo chambers sono i «bias
cognitivi», e cioè dei giudizi (o decisioni) formulati sulla base di informazioni parziali o soggettive che non sono
necessariamente correlate (né logicamente né semanticamente) fra loro.
L’algoritmo più celebre, e quello maggiormente responsabile della creazione di echo chambers, è Edgerank,
l’algoritmo di Facebook, ma più in generale tutti i social mainstream si fondano sul principio, figlio del
marketing, della corsia preferenziale che, selezionando i contenuti che potrebbero maggiormente interessarci in
base alle nostre precedenti scelte, finisce con l’introdurre un mono-pensiero suddividendo la realtà in minuscole
stringhe di verità quasi mai interconnesse fra loro.
Le echo chambers non vanno confuse coi gruppi di appassionati che si danno appuntamento sulla Rete per
condividere contenuti a loro cari perché nel primo caso abbiamo veri e propri esempi di razzismo cognitivo, hate
speech e boicotaggio della diversità; tra l’altro le echo chambers possono formarsi anche al di fuori della
polarizzazione generata dall’algoritmo, quando gruppi di utenti, magari bannati dai social più popolari, scelgono
di incontrarsi su altri social, di solito meno controllati, per continuare a esercitare il proprio culto di verità
contratte e customizzazione del reale.

LIBERTÀ DI SCELTA(?) – Come abbiamo visto altre volte (ad esempio nel passaggio da bullismo a cyberbullismo) la Rete non inventa niente ma riproduce su scala globale (e virtuale) fenomeni già noti, come il negazionismo e il complottismo,
conferendo loro però, attraverso l’onniscenza che implicitamente attribuiamo alle tecnologie digitali,
un’autorevolezza assolutamente posticcia: il risultato è che nell’era in cui l’edonismo commerciale è all’apice e
l’individuo al centro di qualsiasi strategia di vendita, mai la libertà di scelta è stata così ristretta, perché orientata, e
orientata, perché ristretta.
Basta traslare il fenomeno delle echo chambers dalle preferenze musicali (o cinematografica) a quelle politiche
per capire quanto la polarizzazione che ne costituisce la ratio essendi possa divenire determinante per la
formazione di una categoria novecentesca mai passata di moda, e cioè l’opinione pubblica.

Un breve aneddoto: per un paio di giorni la tendina Google di un mio amico appassionato di un determinato
genere musicale ha posto in primo piano assoluto non la guerra in Siria o l’evolversi globale della pandemia, ma
lo scoppio del testicolo destro del suo cantante preferito durante un live particolarmente impegnativo.
La soluzione è l’olismo: noi non siamo ciò che clicchiamo poiché la nostra unità è qualcosa di più della
sommatoria delle singole scelte che operiamo per noia o entropia.
L’algoritmo opera sulle coordinate cartesiane della logica e della statistica e per quanto possa migliorare
processando (e incrociando) il maggior numero di informazioni possibili non giungerà mai a una sintesi creativa
ma solo a un muscolare assemblaggio, in quanto privo del principale attributo del pensiero e cioè l’astrazione.

Germano Innocenti

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